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L'intervista a Monica Saliola






    Monica Saliola è una giovane autrice molto interessante, alla sua seconda prova d’autore, La verità di Agnese. Leggendo i suoi lavori, non è difficile immaginarla come una persona pacata, sensibile e attenta che pare scivolare sulla quotidianità con facilità e felicità. E’ capace di portare nella scrittura questa sua virtù e a chi ha la fortuna di ritrovarsi in uno dei suoi libri, viene il desiderio di lasciarsi andare ed essere contagiati un po’ dalla sua filosofia.
    Ora sto per incontrarla, e la prima domanda che voglio farle, che mi sta qui in gola fin da quando ho letto il suo romanzo, è questa:

    D - Lei ha scritto ne La verità di Agnese che “L’emarginazione non è una condizione reversibile”, ci crede davvero?


    R - Il tema dell’emarginazione è complesso. Chi è emarginato non ha la facoltà di scegliere di integrarsi. È un processo che passa attraverso le scelte degli altri, di chi emargina. Parlo di emarginazione nel senso più ampio, senza bisogno di scomodare immigrati o minoranze etniche, basti pensare ai giovani vittima di bullismo scolastico o sui social. Se potessero, non sceglierebbero altro per se stessi?

    D - La lettura de La verità di Agnese è volata via liscia, senza interruzione: la sua scrittura scivola sulle onde della vita con la grazia di un esperto surfista. Ho segnato qualche frase che mi ha particolarmente colpito, verità fulminanti come quella che si nasconde dietro le parole di Agnese “La sofferenza ci rende egoisti bambina mia, sordi alle esigenze degli altri, anche dei nostri stessi figli.” L’ha provata anche lei, la sofferenza? E se non l’ha provata, come mi auguro, come mai la conosce così intimamente?

    R - Le storie che racconto sono il frutto della mia fantasia, ma i sentimenti, le emozioni e le sofferenze dei miei personaggi sono autentici, sono quelli che osservo nelle persone reali, nelle vite della gente comune. Rimango sempre affascinata e stupita dalla complessità della psiche umana, è come un contenitore inesauribile da cui trarre ispirazione.

   D - Margherita, la protagonista che scrive in prima persona, è un’emarginata di lusso che “… riuscivo a sentirmi completamente a mio agio solo quando la mia vita si intrecciava con quella di altri esseri umani che avevano alle spalle una vita fatta di sofferenza…”. Secondo lei l’empatia scatta solo verso chi soffre?

    R - È più facile che sia così. Riusciamo a provare vera compassione, che è alla base dell’empatia, solo per chi soffre. Gioire della felicità altrui è più difficile. Non tutti riescono a farlo con sincerità. Spesso  avviene solo nei confronti delle persone che amiamo, più raramente siamo pronti a gioire per i successi di chi ci sta intorno, di qualsiasi natura essi siano. Ciò che prevale è invece la frustrazione del “perché a lui sì e a me no”.
    Siamo un’umanità ingrata, che non sa apprezzare ciò che ha e guarda sempre ciò che hanno gli altri.

    D - Perché Margherita si autoesclude dalla felicità anzi la felicità la spaventa tanto da non poter condividere la vita con qualcuno che abbia avuto il meglio dalla vita? È quasi inconcepibile se escludiamo che Margherita abbia sviluppato una vera allergia fisica alla felicità, tanto da sentirsi a suo agio nel dolore. Il dolore come una coperta, forse non calda ma ugualmente protettiva.

    R - È così. Meglio rimanere nella zona di comfort che prendersi la responsabilità di essere felici. Accorgersi che si può essere felici è un atto volontario che richiede un impegno costante nel tempo. È faticoso. Non è per tutti.

    D - È comprensibile che l’amore per qualcuno sia escludersi al mondo per concentrarsi sull’altro. Ma non mi era ancora capitato di scoprire che l’amore può servire a rimanere sola. Può spiegare come Margherita può arrivare a dire al suo innamorato “Voglio continuare la mia vita di emarginata, ma lo voglio fare accanto a te.”?

    R - È una forma di debolezza e di egoismo al tempo stesso. Tante coppie si isolano dal mondo. Non  perché bastino a loro stesse, appagate dall’amore, ma perché lo stare in coppia mette al riparo dalla vita che scorre fuori. Queste persone non si mettono in gioco, ma si confinano ai margini delle loro piccole vite. Mi vengono in mente quelle persone che pur vivendo un rapporto di coppia appagante decidono di non avere figli. Troppa responsabilità, dicono. Troppa vita che non sono pronti a gestire, penso.
    Dal punto di vista antropologico è un fenomeno moderno. Fino a un paio di generazioni fa stare in coppia significava riprodursi, i figli erano considerati patrimonio di famiglia per i tempi della vecchiaia. Oggi non si ha più questa necessità e fare figli diventa una scelta pensata, come tutto del resto.
    In una visione più generale siamo entrati nell’epoca della consapevolezza, della presa di coscienza di noi stessi, su tutti i fronti. Il nostro è un mondo di pensatori, godiamo di questo lusso che i nostri genitori non potevano permettersi. Ma mi pare di constatare che sono tutti meno felici. Più nevrotici.

    D - Tutto è facile per i ricchi. Margherita può prendere delle decisioni e realizzare progetti grazie al potere dei soldi che possiede. È lei la prima a odiare questo potere ma a servirsene, anche se per fare del bene, è vero. L’ultima verità del libro è che anche la libertà, o la dignità umana, possono essere comprate. È una verità pesante, non crede?

    R - Molto. E purtroppo ovunque guardiamo oggi, sia che pensiamo al dramma dei rifugiati in fuga dall’orrore delle guerre o, più “banalmente”, al mondo del lavoro, tralasciando volutamente lo scenario politico, capiamo che è così. Tutto ha un prezzo al quale si può vendere o acquistare qualcosa che non dovrebbe essere oggetto di compravendita.
    Ma come tutte le verità, anche questa rappresenta solo una parte della realtà, fortunatamente. E io non mi stancherò mai di stupirmi con gioia di quelli non si sottomettono a queste dinamiche ma coltivano l'onestà come la virtù madre di tutte le virtù, alla base di ogni principio di dignità dell'essere umano.

    D - La vita non è mai quello che sembra e leggendo La Verità di Agnese, che trovo affine a Fai Bei Sogni di Gramellini, non si può che essere d’accordo.

    R - Grazie per questo immeritato paragone. Gramellini è un narratore eccezionale e la storia che racconta è reale, l'ha vissuta sulla sua pelle. L'intensità è sorprendente. E sorprendete è ciò che si cela dietro la vita delle persone. Se avessimo gli strumenti per scandagliare l'animo umano capiremmo che nulla è come sembra e avremmo il coraggio di accettare le scelte degli altri, quelle che ci fanno stare male perché ci ostiniamo a prenderle sul personale.

    D - Nel salutarla ricordo che Mare oltre, il suo primo libro, è  un altro bell’esempio di intrecci sorprendenti: una sapiente miscela thriller e sentimento. A differenza de La verità di Agnese, dove l’intreccio di dolore e amore è indistinguibile. Giusto?

    R - Non definirei Mare oltre un thriller vero e proprio. C'è un amore molto intenso ma non altrettanto fortunato e una storia di amicizia insolita e sorprendente.  L'episodio in giallo è solo strumentale; mi serviva per togliere dalla scena un personaggio “ingombrante”. Ma non voglio svelare altro.


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     Fin da piccolissima, Margherita cresce con sua nonna Eva, pittrice di fama internazionale,  in un ambiente sincero ma troppo stravagante per la gente del paesino in cui vivono. Nonna Eva le parla dell’omosessualità e le spiega come nascono i bambini e Margherita scopre con sollievo e gioia l’amore tra sua nonna ed Agnese, e se ne sente rassicurata. In questo libro di donne, la vita di Margherita avrebbe continuato a galleggiare su colossali bugie se una sera Agnese non le avesse rivelato la verità. Una verità per tanto tempo taciuta che svelerà tragiche vicende della sua famiglia.

    Quando si ritrova tra le mani la vecchia reflex di suo padre, svilupperà come lui una passione per la fotografia che si trasformerà nel suo lavoro. In occasione di un servizio in Messico, conosce Alma e la sua bambina Aurelia.  Portarle via con sé e salvarle dalla loro situazione  le donerà finalmente il senso della vita, anche se per Margherita la vita continuerà ad avere un dolce retrogusto di malinconia. Elia ed Anna la aiuteranno con coraggio ed amore incondizionati  in questa impresa al di sopra delle sue forze.


 
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L'intervista a Fabrizio Acanfora




Leggere I Racconti di Barcellona è come entrare in una pinacoteca sconosciuta per scoprire piccoli quadri accurati dai vividi colori, attraversare una collezione di miniature di sentimenti e solcare porte aperte al disagio. Le storie di Fabrizio Acanfora lasciano l’amaro in bocca e ci mettono davanti alla Verità che trascinano, nuda e cruda. Non possiamo fare a meno di riflettere.

Abbiamo incontrato l’autore e l’abbiamo messo alle strette con domande provocatorie.

D. - Di errore fatale in errore fatale è diventato uno scrittore. Da 1 a 10, quanto è importante esserlo, nella sua vita?
 
R. - Di errori ne commettiamo tutti in continuazione, e forse sono proprio le scelte che col tempo si rivelano poco riuscite a renderci possibile una comprensione approfondita del mondo nel quale viviamo.
Scrivere è per me qualcosa di estremamente naturale, direi necessario. È il modo in cui riesco a comunicare con precisione quello che sento, senza le distorsioni che inevitabilmente caratterizzano una comunicazione più immediata come quella verbale, parlata, per intenderci.
La scrittura è per me un lavoro di cesello. La prima stesura di un racconto è solo l’inizio, mentre la parte più gratificante è il lavoro successivo, la minuziosa ricerca di un equilibrio della frase, di una sua musicalità interna e la scelta appropriata delle parole, che hanno un peso fondamentale.
Aver pubblicato un primo libro è stata per me una grande e inattesa gioia, ma se devo essere sincero non riesco a definirmi uno scrittore. Piuttosto, una persona che ama profondamente scrivere e questo, nella mia vita, è estremamente importante. Direi che, per rispondere alla domanda, merita un 10.
 
D. - Quanto incide nelle potenzialità di uno scrittore cambiare vita, paese, mestiere?
 
R. - Nel mio caso direi parecchio, ma ci sono tante persone che pur senza cambiamenti così radicali nella propria vita, scrivono meravigliosamente. Certe scelte per me sono state dettate da motivi pratici come lo studio, la necessità di poter vivere in una condizione di serenità che non riuscivo a trovare dove sono nato e cresciuto; ma il modo di osservare il mondo, fuori e dentro di noi, credo sia indipendente dal posto in cui decidiamo di vivere o dal lavoro che ci troviamo a svolgere. Di sicuro determinate esperienze arricchiscono, questo è fuori discussione.
 
D. - E’ cinico rassegnato o cinico incazzato? E questo cinismo alla Tarantino nasce dalla sua esperienza, dalla sua filosofia o dalla paura di soffrire?
 
R. - Forse da tutte e tre le cose. Anche se, ad essere sincero, devo confessare di non riuscire a vedermi come una persona così cinica. Forse è la vita stessa, la società allucinante in cui siamo al tempo stesso vittime e carnefici, a prestarsi in modo naturale a certe interpretazioni. Per me è un modo piuttosto ovvio di vedere le cose; diciamo che sono le situazioni stesse a essere intrise di un sarcasmo e una sorta di cinismo che chiedono di essere portati alla luce.
 
D. - Passioni ricorrenti come la sigaretta e la musica vengono costantemente tradite nelle storie, perché il piacere non lascia il segno nei suoi racconti?
 
R. - Perché in realtà il tradimento lascia un segno ancora più profondo della dedizione, della fedeltà…
 
D. - L’assurdità della vita che spinge a terminarla, come in “Capocciona” e “Non Guardarmi Così”, o cannibalizzarla, come in “A Fettine Sottili”, il gorgoglio rantolante della morte onnipresente, l’indipendenza tanto amata che si trasforma in solitudine, l’attesa infinita di cose che non accadono, il rimpianto di tempi passati migliorati nel ricordo sono tutti archetipi o sono i risultati dell’esperienza barcellonese?
 
R. - Sono una persona metodica, chi mi frequenta probabilmente dirà anche un po’ noiosa e molto prevedibile. Ma quando scrivo lascio l’immaginazione andare libera, senza freni. Quando mi siedo e inizio a scrivere non ho mai un progetto iniziale, una trama prestabilita, tutt’al più una vaga idea, qualcosa che scalpita per essere raccontata. In quello che racconto ci sono di sicuro situazioni che germogliano dalla realtà in cui vivo, ma alla fin fine si tratta di puri voli di fantasia. Le idee vengono mentre lavoro o mentre passeggio, o la sera prima di dormire. Direi che i temi ricorrenti dei miei racconti sono archetipi che provengono anche dalla realtà di una città come Barcellona, ma non solo.



Luccica Barcellona. Nei dépliant e nelle fotografie dei turisti; nei monumenti e nei divertimenti notturni; nei suoi eccessi e nella sua riservatezza. Luccica in superficie, dove l’attenzione si ferma, non certo nei rapidi sguardi impietosi, a volte sarcastici ma profondi che condensano frammenti di vita che potrebbero appartenere a molti.

Nei racconti di Fabrizio Acanfora, la vita è quella che è, la percezione del dolore o delle gioie è personale perché anche l’ostacolo più banale può diventare una tragedia senza soluzione, se quell’ostacolo è la tua tragedia privata. Così le speranze fanno più male della realtà; lo sa Eva, giovane laureata che, pur di lavorare, partecipa alle tragicomiche selezioni di una multinazionale; lo sanno Cecilia e Gregori e Manolo e Maria che cercano di sottrarsi con ogni mezzo all’alienazione di una società sempre più indifferente; lo sa Asunciòn, anziana e rispettabile signora, che si trova coinvolta in una rapina e finisce per agire da criminale essa stessa.

Attraverso una narrazione intrisa di sarcasmo e ironia, l’autore ci introduce per un attimo nella quotidianità a volte grottesca e surreale dei protagonisti, lasciandoci affascinati.

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APPARTENGO DUNQUE SONO!






Per volere del padre, Crocifissa a diciassette anni sposa Salvatore che, da subito, diventa il suo nuovo aguzzino. Dilapida il patrimonio ereditato dai suoceri morti nel rogo della loro casa e con gli ultimi risparmi costringe Crocifissa a seguirlo al Nord. Qui la donna conosce Carlo e Maria, due persone che rappresenteranno un punto di riferimento nella sua vita. Con Maria condividerà un destino quasi simile mentre, innamoratasi di Carlo, non riesce ad arrendersi a quel sentimento e non oserà mai mettere in discussione la sua unione con Salvatore, benedetta da Dio e dagli uomini. Salvatore invece persegue nel suo destino e continua a vessare Crocifissa che, dopo essere stata stuprata dal marito, rimane incinta. Benedetto, il frutto di quella violenza, diventa la sua ragione di vita.

Quando Salvatore torna a casa gravemente malato, dopo diversi anni vissuti fuori, Crocifissa lo accoglie contro il parere di Benedetto. Questo è il volere di quel Dio che le ha indicato da sempre il suo destino. Il suo rapporto con Benedetto viene mediato faticosamente da Carlo ma un giorno Salvatore le sussurra, con il poco fiato rimasto, un’atroce segreto. Solo da quel momento il destino di Crocifissa riuscirà finalmente a compiersi.

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CONTINUANO LE INTERVISTE AI NOSTRI AUTORI

STEFANO SANTAMBROGIO






La seconda delle nostre interviste è a Stefano Santambrogio, uno dei primi autori di Officine Editoriali. Il suo romanzo Appartengo dunque sono! è quanto mai coinvolgente e appassionante.  Racconta una storia che può sembrare lontana nel tempo e anche nei costumi se non fosse che, purtroppo, negli ultimi tempi storie come questa occupano le cronache quotidiane.

Rassegnata al destino che tutto e tutti governa, la protagonista alla fine riuscirà a ribellarsi, a quel suo destino. Lo libererà per liberare se stessa e ritrovare la sua identità rubata.

Fin dalle prime battute, Stefano Santambrogio ci invoglia a proseguire. Per tutto il romanzo mantiene quella atmosfera di suspense che ci conduce fino all'ultima parola in un crescendo di pathos e, con un finale davvero sorprendente, appaga totalmente il sentimento di giustizia che si è fatto strada pagina dopo pagina.

Grazie a Stefano Santambrogio per aver condiviso con noi il "dietro le quinte" del suo romanzo.

 

D. Appartengo dunque sono! Ci può spiegare come è nato il titolo che sembra in antitesi con “Cogito ergo sum”?


R. Il titolo è stata una decisione dell’editore con la quale io mi sono trovato d’accordo. Come dire, esisto perché appartengo a qualcuno e, del resto, pare essere proprio una condizione della donna in quanto tale e in quanto essere più debole. La donna sembra sempre dover necessariamente appartenere a qualcuno, in genere al padre e/o al marito, o anche ai figli, per poter affermare che esiste. E la protagonista, qui, non fa eccezione, specialmente in un certo ambiente, nemmeno troppo lontano nel tempo. 


D. E’ una vicenda dei giorni nostri ma sembra di leggere una storia d’altri tempi. E’ intenzionale per creare atmosfera e infondere magia al racconto o è la chiave del suo narrare?


R. La risposta a questa domanda è figlia di una necessaria precisazione. Crocifissa, la protagonista del romanzo, esiste davvero. E' una donna nata in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e che è tuttora vivente. Quello che ho fatto è stato solo raccontare la sua storia, cambiando nomi e romanzandola un po'. Purtroppo molto di quello che è raccontato in Appartengo dunque sono! è realmente accaduto.


D. Il contrasto tra due specie di uomini, quelli cattivi pressoché identici, traditori e maneschi (come il padre e il marito di Crocifissa e il padre di Maria) e quelli buoni sempre diversi, altruisti e generosi (come Carlo e Walter) per lei è una verità di comodo o pensa che sia la realtà e che l’artificio letterario non c’entri nulla?


R. Le persone buone e cattive esistono. Sono entrambe interpreti del teatro della vita. Spesso però quelle buone agiscono senza enfasi, senza sottolineature ed è per questo che ci sembra più difficile scorgerle. I padri di Crocifissa e Maria sono anche loro figli di donne che non sono riuscite ad esserlo fino in fondo, ed è per questo che hanno dato vita ad esseri meschini e crudeli che, a loro volta, non hanno permesso ad altre donne di essere donne fino in fondo. Ma Crocifissa è riuscita, grazie anche all'aiuto di persone buone, a cambiare qualcosa, trovando il coraggio nell'amore per il proprio figlio.


D. La storia di Crocifissa ha molti punti in comune con E la sventurata rispose di Diego Montel, un altro autore di Officine Editoriali. In particolare nell’eloquio e nei maltrattamenti di Salvatore nei confronti della moglie e nella tacita accettazione di lei de “l’invisibile guinzaglio” che la tiene legata a suo marito. Secondo lei, perché le donne riescono a sopportare così a lungo relazioni impossibili?


R. Alcune sono state abituate a farlo fin da piccole. Padri padroni e madri succubi hanno condizionato inevitabilmente il loro modo di pensare e quindi di agire. Alcune sopportano per paura, alcune per rassegnazione, alcune perché sono accecate da un amore sbagliato, insano. Nel caso di Crocifissa la consapevolezza di vivere un amore sbagliato è frutto di un lungo percorso che la porta a lasciarsi alle spalle i pregiudizi di una società in quegli anni ancora troppo patriarcale.


D. Come ha fatto il bel Carlo a innamorarsi di Crocifissa che sappiamo, fin dalle prime pagine, non essere mai cresciuta “né in altezza né in bellezza”?


R. Carlo è andato al di là dell'aspetto esteriore, scorgendo la vera fisionomia di Crocifissa, una donna per tanti versi bellissima. Magari è banale, ma solo l'amore può vedere così tanto in profondità.


D. L’intervista è finita ma c’è ancora una piccola curiosità da soddisfare. “L’amore è un animale selvatico: va dove trova da mangiare.” E’ forse questa la risposta giusta alla domanda precedente?


R. Direi di sì. L'amore di Carlo è istintivo. Come dicevo prima va oltre l'aspetto esteriore. Lo chiamerei istinto d'amore e quindi di sopravvivenza.


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Inizia un ciclo di interviste ai nostri autori





La prima è ad Andrea Cera, autore di "Fuga da Rotz ai tempi della Morte Nera" romanzo ambientato tra l'Altopiano di Asiago e la pianura veneta ai tempi della peste che sconvolse l'Italia settentrionale nella prima metà del XVII secolo.

La montagna ha sempre ispirato narrazioni di vario genere e continua a farlo. Il suo silenzio rompe i tentennamenti e ricongiunge alla natura, alla madre Terra; alimenta i misteri del mondo e popola l’anima di profondo e di infinito. Ci inonda di pace e ci riporta alla nostra essenza di esseri umani. Ci innalza, ci avvicina al cielo.

Tra le montagne di Andrea Cera si sono perse e ritrovate anime semplici e pure. Nel buio della notte la loro immaginazione ha preso forma, scivolando pericolosamente tra realtà e fantasia, in un insieme di fraternità, solidarietà, spiritualità, cinismo.

D - Leggendo il suo ultimo romanzo “Fuga da Rotz ai tempi della Morte Nera” viene spontanea una considerazione: i ragazzi di montagna sono più forti degli altri? E se sì, è forse causa della consapevolezza di doversi difendere da una natura bellissima e matrigna come la regina di Biancaneve?

R - Un tempo sicuramente più forti fisicamente, perché più abituati a confrontarsi con una natura aspra. La vita in montagna è sempre stata più difficile per via del freddo, dell’impervietà del territorio, della scarsità delle risorse, del lavoro duro del boscaiolo e del pastore, ma nondimeno del carbonaio e del contrabbandiere, sempre all’aperto con qualsiasi tempo. La mortalità infantile era molto alta e inevitabilmente sopravvivevano gli individui più resistenti.

D - La montagna nasconde segreti e tragedie enormi, vedi Vajont, che non vengono mai svelati del tutto né tanto meno risolti. Lei, da indigeno dell’Altopiano, che risposta può dare?

R - Che la montagna in realtà non nasconde niente, la montagna è lì con le sue bellezze e le sue insidie, bisogna imparare a conoscerla e a rispettarla. Il più delle volte le tragedie non le provoca la montagna, ma l’imprudenza dell’uomo, imprudenza tanto più colpevole se indotta da interessi materiali. E’ l’uomo che ha convenienza a volte a nascondere e tacere su determinate verità.

D - “Fuga da Rotz ai tempi della Morte Nera” si snoda come un racconto che sorge dalle profondità delle nostre paure ataviche. Perché queste paure rimangono sempre le stesse?

R - Perché non vi sono risposte a queste paure: sopra tutte il significato della sofferenza e della morte.

- Prima di essere un romanziere lei è cardiologo. Ha spinto volutamente su colpi di scena mozzafiato – una per tutte, la corsa a quattro mani delle streghe all’inseguimento del protagonista, nell’inchiostro della notte – per farci diventare suoi clienti?

- No, ben prima di essere cardiologo, fin da ragazzo, sono stato un lettore e un narratore di storie. E la scrittura mi ha aiutato spesso a combattere lo stress provocato dal lavoro in ospedale che, vi assicuro, non ha niente di creativo.

- Mi ha colpito molto la citazione, all’inizio del romanzo, di Mario Rigoni Stern, dopo aver letto e apprezzato i suoi racconti. Una risposta piena di delusione per la nostra narrativa: ‘L’interesse materiale può uccidere la cultura’. Questo è vero anche a distanza di 13 anni? Come ci possiamo difendere?

R - Parole profetiche quelle. Molto difficile se non impossibile che un grosso editore sia disposto a scommettere su un nome nuovo. Contano solo i profitti e chi se ne frega se l’obiettivo si centra magari pubblicando un personaggio famoso che utilizza il lavoro di un ghost writer. Si salvano gli editori indipendenti che però spesso non hanno i mezzi per promuovere adeguatamente i loro autori. Ma, comunque, sono garanzia di qualità e onestà intellettuale. Officine Editoriali ne è un buon esempio, anche per il coraggio di scommettere sulla pubblicazione online, che probabilmente rappresenta il futuro dell’editoria.

D - Grazie per la collaborazione. Sta lavorando a un nuovo romanzo? Se sì, ci può dare qualche anticipazione.

- Il tempo è poco e poi per me scrivere è una disposizione d’animo che trovo sempre più raramente. Un’idea c’è e nasce da una vicenda vera, vissuta da una famiglia veneta ai tempi della seconda guerra mondiale. Vedremo se nascerà qualcosa.

Di seguito, la recensione di "Fuga da Rotz ai tempi della Morte Nera". Potete acquistare l'ebook sul nostro catalogo e su tutte le librerie online.

 
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Fuga da Rotz ai tempi della Morte Nera di Andrea Cera  









Siamo tra l’Altopiano di Asiago e la pianura veneta ai tempi della peste nera che sconvolse l’Italia settentrionale nella prima metà del XVII secolo. A Rotzo, uno dei Sette Comuni dell’Altopiano, si intrecciano le storie di tre semplici e, ognuno a modo suo, diversi. Tutti emarginati per una qualche ragione dalla loro comunità: Giovanin, un ragazzo visionario di tredici anni con un dono particolare, la Romita, una donna anziana e strana in odor di stregoneria che vive ai margini del bosco e il Piro, il billar man, un omone dalla forza straordinaria e dall’intelletto di un bambino. Questi tre personaggi si muovono nello scenario di vita quotidiana della povera gente dell’Altopiano che viene sconvolto dallo scatenarsi della peste. L’epidemia costringerà Giovanin e il Piro a scelte radicali e i due inizieranno un lungo viaggio della speranza attraverso la pianura. Il ragazzo finirà nel lazzaretto di Vicenza ma troverà infine ospitalità presso i Servi di Maria di Monte Berico. Il Piro Mato si unirà a una compagnia di attori di strada vivendo singolari avventure. E quale stupore quando, alla fine, si ritroveranno davanti alla Romita della quale non avevano avuto più notizie.

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I RACCONTI DI BARCELLONA - LA RECENSIONE





   


Luccica Barcellona. Nei dépliant e nelle fotografie dei turisti; nei monumenti e nei divertimenti notturni; nei suoi eccessi e nella sua riservatezza. Luccica in superficie, dove l’attenzione si ferma, non certo nei rapidi sguardi impietosi, a volte sarcastici ma profondi che condensano frammenti di vita che potrebbero appartenere a molti. Nei racconti di Fabrizio Acanfora, la vita è quella che è, la percezione del dolore o delle gioie è personale perché anche l’ostacolo più banale può diventare una tragedia senza soluzione, se quell’ostacolo è la tua tragedia privata.

Così le speranze fanno più male della realtà; lo sa Eva, giovane laureata che pur di lavorare partecipa alle tragicomiche selezioni di una multinazionale; lo sanno Cecilia e Gregori e Manolo e Maria che cercano di sottrarsi con ogni mezzo all’alienazione di una società sempre più indifferente; lo sa Asunciòn, anziana e rispettabile signora, che si trova coinvolta in una rapina e finisce per agire da criminale essa stessa.

Attraverso una narrazione intrisa di sarcasmo e ironia, l’autore ci introduce per un attimo nella quotidianità a volte grottesca e surreale dei protagonisti, lasciandoci affascinati.

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Un viaggio ai confini della donna. Una vita dedicata alla ricerca della pietra filosofale: l’amore perfetto. Un uomo alla ricerca del suo Olimpo privato tra gioie e fallimenti, dolori e passioni, in un percorso che si snoda tra Roma, Bangkok, Boston e Parigi. Giacomo, giovane architetto, unico protagonista maschile, è un novello, inadeguato Casanova alle prese con le donne del duemila, autonome, decise e realizzate. La sua conoscenza dell’universo femminile, pur difficile e piena di improvvisi colpi di scena, non guasta l’incanto muliebre in cui è immerso fin dall’infanzia. Si sposa tre volte e ha tre figli. Nella sua vita incontra e si scontra con dodici donne, inclusa l’unica figlia femmina, tutte diverse, tutte migliori di lui  che lo sopraffanno esprimendo giudizi perentori nei loro punti di vista, in un finale a sorpresa. A 50 anni, superati traumi d’abbandono e diventato nel frattempo un architetto famoso, restaura un vecchio borgo e invita tutte le donne della sua vita e i figli avuti da loro. La sua ricompensa è un luogo armonioso dove le sue compagne convivono senza problemi. Qui, finalmente, scrive quello che ha provato per loro, figlia compresa. E le sue donne, più di lui reali protagoniste, rispondono senza reticenza alle sue richieste. Un romanzo corale, asciutto, diretto che si muove agilmente nei meandri emotivi della realtà attuale, in cerca della verità dei sentimenti. Un racconto breve e intenso per interessare lettori adulti che amano storie forti, da leggere d’un fiato.




Giacomo, fragile casanova - La recensione





Un viaggio ai confini della donna. Una vita dedicata alla ricerca della pietra filosofale: l’amore perfetto. Un uomo alla ricerca del suo Olimpo privato tra gioie e fallimenti, dolori e passioni, in un percorso che si snoda tra Roma, Bangkok, Boston e Parigi. Giacomo, giovane architetto, unico protagonista maschile, è un novello, inadeguato Casanova alle prese con le donne del duemila, autonome, decise e realizzate. La sua conoscenza dell’universo femminile, pur difficile e piena di improvvisi colpi di scena, non guasta l’incanto muliebre in cui è immerso fin dall’infanzia. Si sposa tre volte e ha tre figli. Nella sua vita incontra e si scontra con dodici donne, inclusa l’unica figlia femmina, tutte diverse, tutte migliori di lui che lo sopraffanno esprimendo giudizi perentori nei loro punti di vista, in un finale a sorpresa. A 50 anni, superati traumi d’abbandono e diventato nel frattempo un architetto famoso, restaura un vecchio borgo e invita tutte le donne della sua vita e i figli avuti da loro. La sua ricompensa è un luogo armonioso dove le sue compagne convivono senza problemi. Qui, finalmente, scrive quello che ha provato per loro, figlia compresa. E le sue donne, più di lui reali protagoniste, rispondono senza reticenza alle sue richieste. Un romanzo corale, asciutto, diretto che si muove agilmente nei meandri emotivi della realtà attuale, in cerca della verità dei sentimenti. Un racconto breve e intenso per interessare lettori adulti che amano storie forti, da leggere d’un fiato.

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 Il nostro primo FXL

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 Abbiamo convertito "Farfalle d'inverno" in ePUB.FXL, che 
  sta per Fixed Layout, perché questo ebook è corredato da
 bellissime illustrazioni.
 "Farfalle d'inverno" è il nostro primo ebook in formato FXL .
  Niente di strano. Ma è doveroso qualche consiglio e qualche
  informazione su questo formato.
  Vale la pena sapere che lo possiamo leggere su iPad via
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  sempre, si può leggere su Kindle anche se, per una resa 
 migliore, consigliamo di usare il Kindle Fire
  Anche alcune librerie vendono ebook in formato Mobi.
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LILLIPUT 

LA NUOVA COLLANA PER BAMBINI 







Non poteva mancare la collana dedicata ai bambini.


E l'abbiamo inaugurata con "Il Caffè

di Sheffield" di Ilaria Mainardi, una promettente e giovanissima scrittrice piena di fantasia e creatività.

Questa storia misteriosa e intricata invita i bambini a scoprire chi è davvero il o la protagonista di questo racconto che non possiamo definire breve ma nemmeno lungo. E' il racconto che deciderà di essere per il piccolo lettore.

In programmazione anche una collana

per i ragazzi e una per le ragazze. Mentre continuano a crescere le altre collane di narrativa e poesia.





 
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