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L'intervista a Fabrizio Acanfora




Leggere I Racconti di Barcellona è come entrare in una pinacoteca sconosciuta per scoprire piccoli quadri accurati dai vividi colori, attraversare una collezione di miniature di sentimenti e solcare porte aperte al disagio. Le storie di Fabrizio Acanfora lasciano l’amaro in bocca e ci mettono davanti alla Verità che trascinano, nuda e cruda. Non possiamo fare a meno di riflettere.

Abbiamo incontrato l’autore e l’abbiamo messo alle strette con domande provocatorie.

D. - Di errore fatale in errore fatale è diventato uno scrittore. Da 1 a 10, quanto è importante esserlo, nella sua vita?
 
R. - Di errori ne commettiamo tutti in continuazione, e forse sono proprio le scelte che col tempo si rivelano poco riuscite a renderci possibile una comprensione approfondita del mondo nel quale viviamo.
Scrivere è per me qualcosa di estremamente naturale, direi necessario. È il modo in cui riesco a comunicare con precisione quello che sento, senza le distorsioni che inevitabilmente caratterizzano una comunicazione più immediata come quella verbale, parlata, per intenderci.
La scrittura è per me un lavoro di cesello. La prima stesura di un racconto è solo l’inizio, mentre la parte più gratificante è il lavoro successivo, la minuziosa ricerca di un equilibrio della frase, di una sua musicalità interna e la scelta appropriata delle parole, che hanno un peso fondamentale.
Aver pubblicato un primo libro è stata per me una grande e inattesa gioia, ma se devo essere sincero non riesco a definirmi uno scrittore. Piuttosto, una persona che ama profondamente scrivere e questo, nella mia vita, è estremamente importante. Direi che, per rispondere alla domanda, merita un 10.
 
D. - Quanto incide nelle potenzialità di uno scrittore cambiare vita, paese, mestiere?
 
R. - Nel mio caso direi parecchio, ma ci sono tante persone che pur senza cambiamenti così radicali nella propria vita, scrivono meravigliosamente. Certe scelte per me sono state dettate da motivi pratici come lo studio, la necessità di poter vivere in una condizione di serenità che non riuscivo a trovare dove sono nato e cresciuto; ma il modo di osservare il mondo, fuori e dentro di noi, credo sia indipendente dal posto in cui decidiamo di vivere o dal lavoro che ci troviamo a svolgere. Di sicuro determinate esperienze arricchiscono, questo è fuori discussione.
 
D. - E’ cinico rassegnato o cinico incazzato? E questo cinismo alla Tarantino nasce dalla sua esperienza, dalla sua filosofia o dalla paura di soffrire?
 
R. - Forse da tutte e tre le cose. Anche se, ad essere sincero, devo confessare di non riuscire a vedermi come una persona così cinica. Forse è la vita stessa, la società allucinante in cui siamo al tempo stesso vittime e carnefici, a prestarsi in modo naturale a certe interpretazioni. Per me è un modo piuttosto ovvio di vedere le cose; diciamo che sono le situazioni stesse a essere intrise di un sarcasmo e una sorta di cinismo che chiedono di essere portati alla luce.
 
D. - Passioni ricorrenti come la sigaretta e la musica vengono costantemente tradite nelle storie, perché il piacere non lascia il segno nei suoi racconti?
 
R. - Perché in realtà il tradimento lascia un segno ancora più profondo della dedizione, della fedeltà…
 
D. - L’assurdità della vita che spinge a terminarla, come in “Capocciona” e “Non Guardarmi Così”, o cannibalizzarla, come in “A Fettine Sottili”, il gorgoglio rantolante della morte onnipresente, l’indipendenza tanto amata che si trasforma in solitudine, l’attesa infinita di cose che non accadono, il rimpianto di tempi passati migliorati nel ricordo sono tutti archetipi o sono i risultati dell’esperienza barcellonese?
 
R. - Sono una persona metodica, chi mi frequenta probabilmente dirà anche un po’ noiosa e molto prevedibile. Ma quando scrivo lascio l’immaginazione andare libera, senza freni. Quando mi siedo e inizio a scrivere non ho mai un progetto iniziale, una trama prestabilita, tutt’al più una vaga idea, qualcosa che scalpita per essere raccontata. In quello che racconto ci sono di sicuro situazioni che germogliano dalla realtà in cui vivo, ma alla fin fine si tratta di puri voli di fantasia. Le idee vengono mentre lavoro o mentre passeggio, o la sera prima di dormire. Direi che i temi ricorrenti dei miei racconti sono archetipi che provengono anche dalla realtà di una città come Barcellona, ma non solo.



Luccica Barcellona. Nei dépliant e nelle fotografie dei turisti; nei monumenti e nei divertimenti notturni; nei suoi eccessi e nella sua riservatezza. Luccica in superficie, dove l’attenzione si ferma, non certo nei rapidi sguardi impietosi, a volte sarcastici ma profondi che condensano frammenti di vita che potrebbero appartenere a molti.

Nei racconti di Fabrizio Acanfora, la vita è quella che è, la percezione del dolore o delle gioie è personale perché anche l’ostacolo più banale può diventare una tragedia senza soluzione, se quell’ostacolo è la tua tragedia privata. Così le speranze fanno più male della realtà; lo sa Eva, giovane laureata che, pur di lavorare, partecipa alle tragicomiche selezioni di una multinazionale; lo sanno Cecilia e Gregori e Manolo e Maria che cercano di sottrarsi con ogni mezzo all’alienazione di una società sempre più indifferente; lo sa Asunciòn, anziana e rispettabile signora, che si trova coinvolta in una rapina e finisce per agire da criminale essa stessa.

Attraverso una narrazione intrisa di sarcasmo e ironia, l’autore ci introduce per un attimo nella quotidianità a volte grottesca e surreale dei protagonisti, lasciandoci affascinati.

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